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La Georgia centrale: da Rabati a Vardzia

Una fortezza medievale trasformata in lussuosa residenza durante la dominazione ottomana. Un antico maniero, che si dice essere stato teatro di una feroce battaglia con Alessandro Magno. E infine, una città millenaria nascosta nelle viscere di una montagna. La regione del Samtskhe-Javakheti custodisce questi e altri, inestimabili, tesori; scopriteli insieme a noi!

UNA CUPOLA DORATA IN MEZZO AI CAMPANILI: LA FORTEZZA DI AKHALTSIKHE

La Georgia è un paese in cui il cristianesimo (ortodosso) è fortemente radicato. Non a caso, fu uno dei primi stati, insieme all’Armenia, ad adottare quella religione che, allora, era ancora agli albori della propria storia.

Eppure, disperse tra strette valli e infiniti altipiani, si scorgono tracce, si raccolgono indizi di un passato che potremmo definire travagliato: un passato che ci racconta di antiche (e, purtroppo, anche recenti) invasioni e guerre, ma anche di fiorenti scambi commerciali.

Del resto, basta guardare una qualsiasi cartina geografica. La Georgia è un vero e proprio ponte di collegamento tra l’Asia e l’Europa, tra Occidente e Oriente, Cristianesimo e Islam.

E allora forse non ci stupirà giungere nella piccola cittadina di Akhaltsikhe e scorgere, fin da subito, un’imponente cupola rivestita d’oro svettare tra le torri di un’incredibile fortezza medievale…

DENTRO LE MURA

La fortezza di Akhaltsikhe, conosciuta anche come castello di Rabati, domina la città dall’alto di una collina ed è uno dei complessi difensivi più scenografici dell’intera nazione.

Le sue origini affondano nel Medioevo, quando, attorno al IX secolo, venne eretto il primo nucleo fortificato. Da allora, le sue mura hanno assistito a invasioni, riconquiste e dominazioni straniere, trasformandosi di volta in volta sotto l’influenza di chi ne prendeva possesso.

Il risultato è una cittadella che oggi appare come un vero mosaico di culture. Accanto a torri merlate e bastioni che ricordano altri castelli georgiani, si innalzano edifici che raccontano storie ben diverse: la moschea di Akhmediye, costruita nel XVII secolo dagli Ottomani e sormontata da una cupola dorata che sfolgora alla luce del sole, ne è l’esempio più lampante.

Impossibile poi non ammirare i bagni turchi e i giardini interni, realizzati su chiara ispirazione mediorientale, oltre a un’affascinante e misteriosa madrasa

Più che una semplice fortificazione, il castello di Rabati si presenta come una città nella città, un microcosmo che riflette, incisa nella pietra, la posizione della Georgia come crocevia fra Oriente e Occidente.

Gli implacabili raggi del Sole lasciano spazio alla penombra,
quando varchiamo il portone della Moschea.
Più nulla trova posto al suo interno,
soltanto le mura riccamente decorate ne testimoniano l’antico splendore.
Sulla destra, scorgiamo l’antico mihrab,
che indica la posizione della Mecca ai pochi che, ancora,
posano su di esso il proprio sguardo.

Scopri di più sulla fortezza:

KHERTVISI: IL MANIERO DIMENTICATO

L’esplorazione della vasta fortezza di Akhaltsikhe ci ha impegnato buona parte della mattinata: senza indulgere ancora nell’ammirazione dei motivi orientaleggianti del castello, mettiamo in moto l’auto.

Direzione? Vardzia, l’antica città scavata nella dura roccia di un aspro canyon al confine con la Turchia.

Il panorama cambia progressivamente al di fuori dei finestrini della nostra auto. Si fa sempre più brullo, arido, deserto, disabitato, selvaggio.

Più ci avviciniamo ai confini del Paese, più la presenza umana sembra allentarsi.

E forse, è proprio per questo che emerge prepotentemente la storia di questi antichissimi luoghi: lì dove il presente sembra sospeso, quasi interrotto, siamo obbligati a guardarci indietro.

La fortezza di Khertvisi è uno di questi luoghi: decidiamo di fermarci per una breve esplorazione, prima di proseguire…

ECHI DEL PASSATO

La proverbiale ospitalità georgiana rende la salita alla fortezza meno faticosa (non so come avremmo fatto senza il bicchiere di acqua aromatizzata al limone, offertoci da un gentile signore ai piedi del maniero).

Complici il caldo e il fatto di trovarci in una zona difficilmente raggiungibile se non con mezzi propri, siamo i soli visitatori del castello di Khertvisi.

Edificata per la prima volta nel II secolo a.C., la fortezza è una delle più antiche presenti in Georgia.

In 2200 anni di storia, Khertvisi ne ha viste letteralmente di tutti i colori: battaglie, invasioni, assedi, dominazioni, vittorie, sconfitte.

Mongoli, ottomani, russi e persino i macedoni di Alessandro Magno si sono succeduti al comando del castello.

Unica costante è, forse, la graziosa chiesetta posta nella parte più alta delle fortificazioni, la cui piccola campana risuona dall’anno 985!

Dalla stretta balaustra che circonda il minuscolo edificio, posto come un nido d’aquila a protezione della fortezza, si gode di una visuale incredibile sulle montagne e i canyon circostanti.

Mentre ci immaginiamo come dovesse essere la vita quotidiana di chi presidiava l’avamposto, accendiamo l’ennesima candeletta votiva, ormai un piccolo rituale del nostro viaggio.

Potete accenderla anche voi: una piccola scatoletta di fiammiferi è sempre lì, a disposizione di ogni viandante e viaggiatore.

VARDZIA, LA CITTÀ NASCOSTA

Raggiungere Vardzia ha il sapore di una vera e propria avventura: improvvisi saliscendi e infinite curve ci accompagnano nella risalita di quel lungo e desolato canyon, che inizia a Khertvisi e prosegue fino a sfociare nella confinante Turchia.

Giungiamo infine al monte Erusheti. Ci fermiamo di fronte, sull’altro fianco della vallata: l’antica città rupestre di Vardzia si staglia dinnanzi ai nostri occhi come un enorme e impressionante formicaio.

Realizzato e completato nel XII secolo sotto l’egida della leggendaria regina Tamar, l’insediamento venne originariamente concepito come una città-fortezza nascosta all’interno di una montagna.

Lo scopo? Nascondersi e resistere all’assalto delle orde mongole, che in quel periodo imperversavano nell’area del Caucaso.

Dotata di ogni sorta di servizio concepibile per l’epoca, nelle sue viscere era celata una sorgente d’acqua (oggi sacra) e un sistema interno di distribuzione e approvvigionamento idrico, fondamentale per resistere a lunghi assedi.

In origine, prima che un violentissimo terremoto causasse il crollo di parte del fianco della montagna e la esponesse alla vista, il sito era completamente invisibile al mondo esterno: l’accesso poteva avvenire esclusivamente tramite pochi tunnel, ben nascosti in corrispondenza del fiume!

TRA INFINITE STANZE E CUNICOLI

Entrare nel complesso ha il sapore di uno di quei film hollywoodiani che andavano tanto di moda qualche decennio fa. Indiana Jones, per intenderci.

Oltre tremila stanze e tunnel sono attualmente fruibili e visitabili, per cui vi sfido a esplorarla interamente! (spoiler: noi non ce l’abbiamo fatta).

Abitazioni private, farmacie, forni di cottura del pane, saloni ricreativi e sale da pranzo, cisterne di stoccaggio dell’acqua e persino un antico torchio (siamo pur sempre in Georgia!) sono solo alcune tra le cose che potete ammirare all’interno.

Vagare per le migliaia di sale ipogee è una sensazione davvero strana. Il silenzio della montagna attutisce i rumori che provengono dall’esterno, mentre la vista fatica ad adattarsi ai continui e repentini cambi di luminosità.

Tutto è ovattato: i suoni, le immagini, le sensazioni. Immaginarsi come dovesse trascorrere la vita degli abitanti di Vardzia, in un ambiente tanto strano e particolare, è davvero un esercizio mentale difficile, se non impossibile.

IL TESORO DELLA CITTÀ RUPESTRE

Ma il vero e proprio tesoro nascosto del complesso è il Santuario della Dormizione della Vergine, fulcro spirituale e monumentale di Vardzia.

Scavato a mano nella nuda roccia della montagna, la chiesa misura 10 metri di lunghezza per 8 di larghezza, con un’impressionante altezza di quasi 10 metri!

Sia l’interno che il nartece sono completamente affrescati in maniera superba, conferendo al santuario un’aura di misticismo, soggezione e profonda spiritualità.

Tre campane, appese alla volta di una delle due arcate che danno all’esterno, annunciano al mondo esterno il fascino di uno dei luoghi più incredibili della Georgia.

La misteriosa chiesa ipogea rappresenta indubbiamente l’highlight della visita a Vardzia, eppure le sorprese non sono ancora finite…

Basta aggirare il perimetro del santuario, spingendosi sempre di più in profondità, per arrivare alla sacra sorgente del complesso, che forniva acqua potabile alla città e da cui è possibile bere ancora oggi!

Da qui, inizia poi un’infinita serie di scale, scalette e strettissimi tunnel che portano prima al “rifugio“, enorme stanza nascosta da utilizzarsi come ultima spiaggia in caso di assedio, e infine all’esterno, dove possiamo tornare a respirare aria fresca dopo ore di vagabondaggio nelle viscere della terra!

TRA GEORGIA E ARMENIA: L’ALTOPIANO DI TSALKA

La giornata sta ormai avviandosi verso la fine quando usciamo dalle profondità dei tunnel di Vardzia. Ci concediamo giusto una breve rinfrescata nelle piacevoli acque del fiume Mtkvari prima di adagiarci, a dir poco sfiniti, sui sedili dell’auto.

Un paio d’ore di viaggio ci separano dalla meta finale di giornata, il minuscolo villaggio di Kokhta, dove trascorreremo la notte.

Situato in una delle aree più remote della Georgia, al confine con l’Armenia, il piccolo centro abitato si erge nel bel mezzo del vasto altopiano vulcanico di Tsalka, vero protagonista di questa tappa di viaggio.

Immaginate una vasta landa in cui rigogliosi pascoli si perdono all’orizzonte, spazzati costantemente da un vento teso che si infila un po’ ovunque.

Non potevamo immaginare che, di lì a poco, avremmo ammirato uno dei tramonti più incredibili della nostra vita: una nutrita mandria di mucche sfila lentamente davanti a noi, mentre il pastore, fiero in sella al suo cavallo, cerca di indirizzarle verso uno dei villaggi della zona.

Una vasta macchia di fiori dallo sgargiante colore viola interrompe la verde monotonia dei pascoli, mentre il Sole morente illumina tutto con una luce vagamente onirica.

L’orecchio è accarezzato dal solo mormorio del vento: per il resto, solo noi, la mandria e un infinito nulla intorno.

I fari dell’auto si spengono di fronte allo steccato della nostra casetta in legno: è tardi e dobbiamo ancora toglierci di dosso la polvere accumulata in giornata prima di poggiare (finalmente!) la testa sul cuscino.


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