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Chiatura, la città mineraria sovietica nel cuore della Georgia

È il 1879 quando la vita del minuscolo villaggio di Chiatura viene sconvolta per sempre. Sotto le acque del fiume Qvirila e nei fianchi delle aspre montagne che il corso d’acqua ha scavato in milioni di anni, giacciono enormi quantità di manganese. In brevissimo tempo, lo Stato crea la società JSC Chiaturmanganese per gestirne lo sfruttamento…

Bastano poche decine di anni e il panorama della vallata muta drasticamente. Già agli inizi del Novecento una piccola cittadina, funzionale all’attività mineraria, brulicava di operai intenti nell’estrazione del metallo.

Il manganese, linfa vitale dell’industria delle ferroleghe e dell’acciaio, lasciava le miniere per affrontare un viaggio di quaranta chilometri sui binari, fino a raggiungere i mastodontici impianti di Zestaponi, sempre affamati di materia prima.

L’attività era talmente incessante che, nel corso degli anni, l’estrazione di manganese arrivò a sfiorare il 60% dell’intera produzione mondiale!

Ovviamente, tutto ciò non poteva che esigere un carissimo prezzo. Gli operai lavoravano incessantemente, fino a 18 ore al giorno, arrivando addirittura a dormire nelle miniere, senza nemmeno potersi togliere la polvere di dosso!

SORGONO LE PRIME FUNIVIE

old cabin in chiatura, georgia

Molte delle problematiche vissute ogni giorno dai minatori erano da imputare alle difficoltà logistiche negli spostamenti: le miniere erano infatti collocate lungo tutta la vallata, con accessi spesso impervi e situati lungo i pendii scoscesi delle montagne.

Le difficili condizioni di lavoro sfociarono inevitabilmente nella nascita dei primi movimenti operai, guidati da un giovanissimo Josif Stalin (nato a Gori, a nemmeno 100 chilometri da Chiatura).

Dopo un lungo sciopero durato quasi due mesi, le condizioni di lavoro migliorarono decisamente.

Ma fu solo dopo l’annessione della Georgia alla Russia, guidata e promossa dallo stesso Stalin, che i problemi legati agli spostamenti degli operai vennero definitivamente risolti.

Gli ingegneri sovietici, dopo un’accurata valutazione del territorio della valle, decisero che l’opzione migliore per il trasporto di lavoratori, persone e materiali era per via aerea. Venne così realizzata una fittissima rete di funivie, all’epoca una delle opere ingegneristiche più affascinanti del pianeta, tale da collegare pressoché ogni angolo della città mineraria!

Ben 21 coppie di cabine, che si inerpicavano per un’estensione superiore ai 6000 metri, diventarono presto parte della quotidianità dei cittadini, insieme a nuovi ed enormi palazzi residenziali popolari, pensati per alloggiare i minatori e le loro famiglie.

buildings in chiatura

IL DECLINO E L’ABBANDONO

Passano gli anni, e inevitabilmente la fiorente attività di estrazione e lavorazione del manganese inizia, pian piano, a scemare.

Complici gli sconvolgimenti politici, le politiche di de-stalinizzazione e, infine, la caduta dell’URSS, il destino di Chiatura e delle sue funivie è segnato.

Dei 21 impianti originali ben pochi si salvano dall’oblio, dall’abbandono e dalla ruggine. Le cabine vengono fermate e lasciate a mezz’aria, probabilmente per evitare gli inevitabili furti.

Al di là di qualche funivia che è stata recentemente ammodernata, gli operai rimangono tutt’oggi sprovvisti del loro prezioso mezzo di trasporto, costretti a fare su e giù dalle montagne con dei vecchissimi pulmini (le marshrutka)…

old cabin in chiatura, georgia

ALLA SCOPERTA DELLA CITTÀ

Il Sole ha da poco superato la metà del proprio viaggio verso l’orizzonte mentre avvistiamo il “cartello” di benvenuto a Chiatura.

chiatura sign

Il piccolo bassorilievo circolare alla base del cartello è eloquente: scene di vita quotidiana raccontano di una vita fatta di sacrifici e fatica nelle miniere. Un piccone, una trave che appare molto pesante trasportata da muli, un carro per il trasporto del minerale.

Stiamo per lasciare la bucolica campagna georgiana per entrare in un mondo diverso, scandito dai frenetici ritmi del lavoro e dallo sferragliare delle vecchie funivie… o forse no?

Sono passati ormai più di trent’anni dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, e da allora la situazione in città è molto diversa.

Gli scheletri di enormi impianti industriali e le cabine lasciate vuote a mezz’aria raccontano una storia diversa, fatta di declino e abbandono. Una storia che riecheggia tra le impervie pareti della vallata, tra gli echi di un passato nemmeno troppo lontano.

Eppure, la vita va avanti, scorre imperterrita come il fiume Qvirila. La gente passeggia tra gli enormi palazzi popolari e gli edifici amministrativi, austeri, imponenti, grigi.

La gioiosa calma dei georgiani contrasta invece con tutto quello che c’è intorno. Il colore, il calore, l’abbondanza e l’accoglienza prosperano lì dove, a un primo sguardo, potrebbe sembrare tutto spento.

La Georgia, del resto, è così: il significato delle cose si nasconde ben oltre il primo sguardo.

UNA VECCHIA STAZIONE

Da amanti dell’esplorazione urbana quali siamo, Chiatura offre decine di possibilità per scoprire luoghi ormai abbandonati e, almeno in parte, riconquistati dalla natura che avanza.

E quale scelta migliore di una delle 21 vecchie stazioni da cui partivano le funivie?

Superiamo un impressionante bassorilievo di colore rosso sangue, che adorna la parte frontale dell’edificio, per raggiungere la balconata immediatamente al di sotto della cabina di comando.

Una scala completamente avvolta dal muschio ci invita a salire, verso la parte alta della stazione.

stairs lead to an ancient cabin, chiatura

Quando apriamo la fragile porta metallica ormai mangiata dalla ruggine ci ritroviamo catapultati indietro nel tempo, a quando la Georgia era solo una piccola regione del vastissimo dominio russo.

Di fronte a noi si spalancano le fauci, aperte sul vuoto, da cui un tempo uscivano le cabine. E poi un’altra, minuscola, porticina.

Dentro è un minuscolo universo a sé. Un piccolo giaciglio usato da qualcuno, in tempi ormai lontani, fa da anticamera all’angusta cabina di controllo.

La console che consentiva di azionare l’impianto è ancora lì, perfettamente integra, ricoperta soltanto da una leggera patina di pulviscolo. Sembra quasi pronta a rimettere in moto le speranze di una città che non vuole ancora dimenticare sé stessa.

Dalla finestrella si scorge una delle minuscole cabine che portavano i minatori in alto, verso i siti di estrazione, ferma e inerme a mezz’aria. Del resto, gli operai le chiamavano “bare volanti”, nomen omen.

ancient cableway cabin, chiatura

Lo sapevi? Abbiamo parlato di archeologia industriale anche in un altro articolo!

LA SPERANZA VIENE DAL PASSATO

Abbandoniamo con riluttanza il “relitto” della vecchia funivia. Il sole si sta, lentamente, nascondendo oltre le cime degli alberi della montagna: è tempo di andare.

Ma il tragitto in auto, invece delle circa due ore che ci separano da Borjomi, dura solo pochi minuti.

Un cartello un po’ nascosto, un po’ sbiadito, cattura la nostra attenzione. Sul pannello leggiamo “monastero di Mgvimevi“.

Parcheggiamo la macchina (per la trentesima volta di giornata) e saliamo la ripida scalinata che porta al convento.

Realizzato nel 1200, il convento di Mgvimevi è letteralmente incastonato all’interno di un’antichissima grotta, abitata fin dagli albori dell’umanità.

La sensazione è quella di trovarsi in un luogo magico, mistico, dove il tempo ha assunto la forma di enormi roccioni levigati dall’acqua, utilizzati come altari, come luoghi di raccoglimento e preghiera.

L’aroma di secoli di incenso bruciato e candele votive ci riempie le narici; gli occhi si abituano, pian piano, alla penombra dell’enorme sala ipogea.

Camminiamo verso l’imboccatura della caverna, verso la luce, lì dove sorge la Chiesa della Natività. Le nostre mani scorrono sugli impressionanti intarsi decorativi del portale in legno di vite e delle pareti dell’edificio, mentre osserviamo il lento, ma costante, afflusso di fedeli.

Sembra di trovarsi da soli, nella caverna, eppure soli non lo si è mai. Gli abitanti di Chiatura, inarrestabili a bordo delle loro marshrutke e incuranti del torrido caldo di luglio, si raccolgono in preghiera all’interno del monastero.

Il loro senso di comunità è forte, presente, vivo, si manifesta tra le ombre proiettate dalle candele sulle pareti della caverna.

La città sarà forse stata abbandonata dal governo, dalle industrie, ma non sarà mai abbandonata dai suoi abitanti, che potete trovare sempre lì, tra gli scheletri di uno scomodo passato e i misteriosi chiaroscuri della grotta.

Dopotutto, Chiatura ha tanto da offrire oltre al manganese, e noi ci auguriamo che possa trovare la sua strada, mostrandosi al mondo fiera delle proprie tradizioni e della propria, sofferta, storia.


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